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VALERIO C.

Lavoratore autonomo con partita IVA

Intervista raccolta da Riccardo Borgogno mercoledì 26 marzo 1997 nel suo studio di via Monte Corno 27 a Torino.

Cominciamo dalla tua nascita e dalla condizione della tua famiglia.

Sono nato a Torino nel lontano 1949, era il 19 di dicembre, abitavamo in piazza Crispi in Barriera di Milano in una casa dove c’erano i servizi fuori sul ballatoio, per cui non era una casa di lusso. In famiglia eravamo talmente tanti, eravamo 6 figli, 2 fratelli e 4 sorelle. Mio padre viene da Roma e mia madre da Ancona, si sono incontrati e si sono sposati a Torino, prima della guerra probabilmente. Mio padre non aveva un titolo di studio, e però lui comunque faceva un lavoro impiegatizio, magari qualcosa aveva studiato così magari come diciamo autodidatta. Ha lavorato al dazio, mi pare, poi ha lavorato alla Lancia di Borgo San Paolo come impiegato. Poi c’è stata una grossa ristrutturazione alla Lancia, lui come impiegato di prima categoria guadagnava discretamente bene ma con la ristrutturazione, non avendo nessun titolo di studio, lo hanno messo a fare il fattorino, pagandolo molto meno. Il primo televisore in bianco e nero lo abbiamo comprato qualcosa come 32 anni fa. Non avevamo la macchina perché mio padre gli manca un braccio.


Chi svolgeva il lavoro casalingo e come venivano prese le decisioni rilevanti in famiglia?

Il lavoro casalingo lo faceva mia madre. Le decisioni venivano discusse animatamente da mio padre e mia madre con grossi litigi perché c’erano pochi soldi e quindi se si faceva una cosa non si poteva fare l’altra.

Andavate in villeggiatura?

Ricordo che mi mandavano in colonia, erano le colonie della Lancia, non mi piaceva ma c’era o quello o niente.

Che rapporti ricordi fuori dalla famiglia, parenti o amici del quartiere?

Parenti no, non sono mai andato d’accordo con i parenti. Altri non mi ricordo, tu parli della mia quasi infanzia, avevo degli amici, due o tre amici con cui uscivo per giocare a pallone, di più non mi ricordo.

Siamo arrivati al percorso scolastico.

L’elementare l’ho fatta alla Pestalozzi in via Antonio Banfo, la media inferiore l’ho fatta al Plana in piazza Di Robilant, ma ho fatto solo il primo anno, poi ho smesso e ho preso la licenza media più tardi nei corsi serali. Nel frattempo uno scultore nostro amico, vedendo come disegnavo, mi ha consigliato di fare un corso per grafico pubblicitario, mi ha detto che nella pubblicità c’era più possibilità, l’ho ascoltato, ho ascoltato anche dei miei amici che mi hanno detto la stessa cosa e così ho fatto due scuole, una era statale in via Assarotti, mi pare, la seconda era privata.

Quindi già disegnavi?

Disegnare ho cominciato a 5 anni perché era la mia passione, ma mai più pensavo che avrei potuto farlo come professione. Nella seconda scuola ho anche trovato il mio primo lavoro, uno dei docenti collaborava a una rivista che si chiamava Ambarabà, ho fatto le mie prime illustrazioni che sono state pubblicate, sono stato pagato ma mi pare di non aver fatto nessuna fattura, era una casa editrice nascente mi pare gestita da un prete, non ricordo perché quella rivista è finita, probabilmente per il semplice fatto che non si vendeva. Dopo quella rivista ho fatto qualcosa per le edizioni Paoline, libri di Emilio Salgari, ne ho illustrati tre o quattro, diciamo tutto gestito da loro, cioè voglio dire una specie di contratto dove potevano gestire i miei disegni come volevano. Non mi ricordo come mi pagavano, probabilmente mi pagavano talmente poco che non aveva importanza.

Cosa pensavano i tuoi genitori del campo che avevi intrapreso?

A quel punto non mi importava gran che cosa pensavano perché ero già abbastanza autonomo. Dopo le edizioni Paoline sono stato un po’ a spasso, poi sono entrato in contatto con due tipi che avevano un piccolo studio pubblicitario in corso Svizzera, e ho lavorato un po’ in questo studio facendo disegni pubblicitari, marchi e cose simili.

Com’era la tua giornata lavorativa? Avevi un orario? Com’eri pagato?

Sì, avevo un certo orario ma non lo rispettavo perché non ci riuscivo. Io facevo le cose che facevano in genere gli studi pubblicitari piccoli in quei tempi, cioè si arrangiavano a fare un po’ di tutto, depliant, cataloghi. Io per lo più disegnavo marchi, c’era anche una disegnatrice ora che mi ricordo, una che stava imparando, e uno dei due titolari era anche fotografo. Non ero pagato a lavoro, mi davano circa 200.000 lire al mese, una specie di stipendio, avevano detto che mi avrebbero messo in ordine con i libretti e invece mi hanno creato un casino della madonna, crescita professionale niente, per cui ho mollato.

Nel frattempo abitavi sempre con i tuoi genitori in piazza Crispi?

Nel ‘61 ci eravamo trasferiti in via Boston perché mio padre aveva fatto domanda per le case popolari. Dopo ho conosciuto... cioè era un mio vecchio amico, sono andato a vivere insieme a lui e alla sua ragazza, cioè io avevo una stanza mia e utilizzavamo l’alloggio, una volta si usava, era in zona Santa Rita, l’indirizzo mi pare fosse via Mombarcaro ma il numero non lo ricordo proprio.

Hai fatto il servizio militare?

No, non ho fatto il servizio militare, sono stato riformato per insufficienza toracica, ero molto magro...

Torniamo al tuo percorso lavorativo.

Siamo fine anni ‘70, avevo conosciuto dei nuovi amici, uno di questi amici mi ha fatto conoscere un certo Toni F. che aveva uno studio che all’inizio si chiamava Little Nemo Band e dopo si è chiamato Immagine e Parole, era in zona Crocetta, non mi ricordo l’indirizzo esatto, poi si è trasferito in via Andrea Doria. Questo studio lavorava per la Francia, faceva fumetti giapponesi, quelli che davano in televisione, in Francia facevano anche dei fumetti di questi personaggi. Ho lavorato circa 4 anni, in questo modo ho potuto sgrossarmi, mi sono serviti a crearmi diciamo un inizio di professionalità artistica.

In cosa consisteva il tuo lavoro? Com’eri pagato?

Andavo in questo studio a fare circa 8 ore al giorno, Toni F. ci dava una sceneggiatura e su questa sceneggiatura creavamo questi fumetti, ho disegnato diversi fumetti tipo Goldrake, Mazinga, Heidi, capitan Futuro, cose per bambini. E’ stato uno dei primi lavori dove sono stato pagato meglio, mi davano circa 7-800.000 lire al mese, era già abbastanza, ma comunque non ero in regola con i libretti, erano ancora soldi che mi venivano dati in nero, ma erano già sufficienti per viverci discretamente.

Anche se in nero, i pagamenti erano regolari?
 
Regolari... dipendevano dai pagamenti che arrivavano dalla Francia, se tardavano dalla Francia tardavano anche a pagare noi.
 
Descrivi l’organizzazione dello studio, la divisione del lavoro.

Per quel che mi ricordo eravamo una decina, i fumetti venivano fatti a colori, per cui c’era chi colorava, chi disegnava come me. Sceneggiatori non ce n’erano, la sceneggiatura veniva fatta sul momento, era molto improvvisata, la faceva lo stesso Toni F., non era importante la sceneggiatura. E poi alcune storie di Mazinga erano esattamente quelle che venivano date in televisione, non avevamo bisogno di fare la sceneggiatura perché esisteva già. Venivano presi i fotogrammi del filmato e questi fotogrammi venivano poi tracopiati non da me ma da chi non sapeva disegnare con la matita e con l’ingranditore, e poi venivano ripassati a china, c’era uno che li colorava con le coline. Questo era uno dei modi lavorativi, poi ce n’erano altri, io li facevo senza tracopiarli, senza usare l’ingranditore, io utilizzavo le mie capacità artistiche su sceneggiature sempre fatte da Toni F. In questo caso io facevo le matite, poi le ripassavo a china, e poi c’era sempre quello che le colorava, ricordo una ragazza che li colorava, usava l’aerografo e la cosa finiva lì.

Chi faceva il lettering, cioè scriveva i caratteri nelle nuvolette?

Ah sì, c’era anche il lettering, veniva fatto da qualche ragazza.

Se le sceneggiature non servivano, in questo studio eravate tutti disegnatori?

No, l’unico vero disegnatore ero io, gli altri erano più che altro coloristi, se vogliamo usare questo termine, c’era qualche ragazza che invece ripassava a china con il pennello, c’era un ragazzo che invece utilizzava l’aerografo per fare i fondali perché in questo modo veniva un lavoro che poteva essere più bello da presentare. Richiedeva un certo tempo perché bisognava prima mascherare con dei retini che venivano poi ritagliati. Questa lavorazione veniva fatta da diversi ragazzi, per quel che mi ricordo io. Io invece continuavo a disegnare, a volte con le matite, a volte facevo con le chine anche senza le matite, disegnavo direttamente e basta.

Quindi tu eri in rapporto solo con lo studio e non direttamente con la casa editrice francese?
 
Certo, certo, io mantenevo rapporti solo con lo studio, Toni F. era in rapporto con la casa editrice francese.

Quando e perché hai smesso?

Dunque... ho smesso perché è calato il lavoro, questi signori dalla Francia non davano più lavoro a Toni F. probabilmente perché erano calate le vendite di questi fumetti. Di conseguenza ho dovuto andarmene, questa è la ragione principale, quindi ho smesso anche di fare quel lavoro. Credo di essere stato un paio d’anni senza lavorare, poi ho conosciuto un disegnatore di fumetti che si chiamava Piero A. che mi diede l’indirizzo di un certo Luigi P. Mi misi in contatto con questo Luigi P. il quale già disegnava fumetti per le edizioni dello Squalo, cioè la Edifumetto, fumetti erotici, e così ho iniziato la collaborazione con Luigi P. La collaborazione consisteva semplicemente nel disegnare questi fumetti, io li disegnavo e lui li ripassava a china, all’inizio a casa, poi abbiamo deciso di aprire uno studio per essere più comodi, abbiamo preso lo studio in via Petrarca, e abbiamo lavorato così per 4 anni. Abbiamo anche collaborato con il Giornalino... no, era il Corrier Boy Music, disegnammo una storia di un personaggio che si chiamava Roy Rod, era stato inventato da un certo B. che già conosceva Luigi P. Lui faceva le sceneggiature di questo Roy Rod e ce le passava, io creavo anche i personaggi, nel senso dell’aspetto fisico, i costumi eccetera, e Luigi P. li inchiostrava, abbiamo fatto 4-5 numeri.

Com’era in quel momento la tua situazione professionale?

Ero già libero professionista, avevo la partita IVA, andavo tutti i giorni, quasi tutti i giorni, cioè la regola era andare tutti i giorni ma poi essendo libero... Abbiamo anche disegnato insieme un numero di Dylan Dog per la casa editrice Bonelli, anche lì io ho fatto le matite e Luigi P. l’ha inchiostrato, poi i nostri rapporti si sono interrotti per motivi che non sto a dire... ci sono stati dei contrasti, via. So che lui ha continuato a lavorare in questo studio per qualche tempo, poi è andato ad abitare dalle parti di Asti e disegna ancora Dylan Dog per la Bonelli.

Cos’hai fatto quando hai lasciato lo studio di via Petrarca?

Ho interrotto i rapporti con Luigi P. nell’87, e subito dopo ho ricevuto un’offerta di lavoro dalla Sanguineti, che era un’agenzia pubblicitaria, per fare delle illustrazioni, dei visual, per una campagna pubblicitaria della FIAT, e ho iniziato la mia carriera come visualizer, cioè disegnatore pubblicitario.

Come sei entrato in contatto con quest’agenzia? Ti eri presentato a molte agenzie?

Ero andato una volta a presentarmi a quest’agenzia, penso che sia stata l’unica che ho contattato, forse la prima che mi è capitata casualmente. Mi ero presentato con delle illustrazioni fatte da me a casa, cose mie, hanno intuito che avevo un’ottima mano per poter fare il tipo di lavoro che gli serviva e dopo circa un mese mi hanno chiamato per dei visual di questa campagna pubblicitaria per la FIAT. Era un’agenzia media, ho lavorato a casa mia e poi, constatando che riuscivo a fare bene quel tipo di lavoro, mi sono presentato in altre agenzie, però ora avendo anche del materiale da visionare, dei lavori già fatti, e subito dopo ho lavorato per la BGS, una grossa agenzia, anche questa lavorava per la FIAT.

A questo punto in che modo lavoravi, come ti organizzavi, avevi contatti frequenti con le agenzie?

Lavoravo a casa mia, nei primi anni ‘80 mi ero sposato e avevamo preso casa in affitto in via Nizza, era l’epoca che lavoravo ancora per Toni F. con i fumetti giapponesi, nell’’88 è nata mia figlia. Ora con la pubblicità il lavoro era molto, per cui i contatti erano frequentissimi, praticamente quando finivo un lavoro ne iniziavo un altro. Ho lavorato per la Eco, un’agenzia interna della FIAT, da lì sono passato a lavorare anche per l’agenzia Testa, sia come visualizer che come storyboardista, e poi anche per la Ferrero.



Spiega cos’è lo storyboardista.

Lo storyboardista è quello che disegna lo storyboard che è nient’altro che una sequenza d’immagini che spiega l’idea di uno spot pubblicitario. Poi ho lavorato anche per altre agenzie, di solito in successione ma qualche volta anche contemporaneamente. Poi ho ricevuto l’offerta dalla Ferrero per cui avevo già lavorato come storyboardista, ed è il mio lavoro in questo momento.

Che lavoro svolgi per la Ferrero?

Si tratta di progettare e disegnare le sorprese che mettono nelle uova pasquali, le sorprese Kinder e le Gransorprese. Le sorprese vanno nelle uova piccole e possono essere le sorprese-base, che sono pupazzetti smontabili, o le sorprese promozionali, che sono serie di personaggi che possono essere stati i Coccodritti, le Pappallegre, tanto per fare qualche esempio, io ho cominciato a fare gli squali Babà. Le Gransorprese in pratica sono solo pupazzetti più grossi. Continuo però a fare anche lo storyboardista sempre per la Ferrero, e mi sta assorbendo praticamente tutto il tempo.

Quindi adesso lavori direttamente per una ditta, mentre finora avevi collaborato per le agenzie che a loro volta ricevevano i lavori dalle ditte?

Ecco, sì, questo è stato un passaggio che mi ha permesso di crescere anche dal punto di vista economico perché prima ho sempre lavorato per le agenzie. Lavorando per la Ferrero direttamente non passo più attraverso le agenzie, in qualche modo mi dà dei vantaggi economici.

Quando hai aperto questo studio?

Questo studio c’è da circa 3 anni, perché 5 anni fa ho avuto il secondo figlio e lo spazio a casa era veramente troppo stretto. Ho trovato questo posto abbastanza vicino a dove abito, per cui sono più comodo.

Come si svolge il rapporto tra te e la Ferrero?

La Ferrero mi telefona o comunque ci devo andare spesso, mi dicono che c’è da fare uno storyboard o da progettare questa o quella sorpresa, devo studiare circa 200 sorprese nuove ogni anno, hanno sempre bisogno d’idee, hanno sempre bisogno di collaboratori, quindi é un lavoro abbastanza continuativo sotto questo aspetto. Lo storyboard è invece una cosa più saltuaria perché non tutti i momenti fanno film, ecco. C’Š il momento in cui c’è lo studio del film e allora io faccio parte dello studio del film, faccio lo storyboard, poi c’è il momento in cui il film viene girato, ma in quel momento io ho finito, non vengo utilizzato. Però come disegnatore della progettazione delle sorprese invece posso sempre lavorare in modo continuativo, il lavoro non mi manca.



Descrivi dettagliatamente come lavori.

Gli attrezzi che uso sono pennarelli, matite e fogli. La matita mi serve per schizzare il disegno, lo ripasso sul tavolo luminoso, lo perfeziono, dopo di che lo coloro con i pennarelli. Questo per quanto riguarda gli storyboard. Per quanto riguarda invece le illustrazioni che adesso mi capita raramente di fare per riviste o depliant, posso usare colori ad acquerelli o tempera, la tecnica è un po’ diversa, adesso la uso molto poco. Per i disegni delle sorprese, a volte bastano soltanto le matite che poi fotocopio e gli spedisco via fax. La matita usata in maniera un po’ decisa, a tratti forti in modo che in fotocopia risultino neri, e quindi sono sufficienti.

Rispetto ai fumetti che disegnavi sulla base di una sceneggiatura, ora il tuo lavoro è più creativo?

Be’, la creatività nello storyboard non esiste molto, cioè esiste solo la capacità di saper visualizzare l’idea che di solito è dell’art director o del copy, mentre per la progettazione delle sorprese c’è appunto la tua creatività. Nella progettazione delle sorprese in effetti mi viene più pagata non tanto la mano quanto più il tipo di pensiero.

Quando disegnavi fumetti o disegni pubblicitari, quello che tu facevi era il prodotto quasi finito, nel senso che era quello che vedeva il consumatore finale.

Ora semmai il mio disegno è l’inizio della lavorazione del prodotto che chiaramente parte dallo studio dell’oggetto che poi si realizza man mano. Io prima disegno il prototipo scolpito, poi la lavorazione continua con gli stampisti, con chi colora e così via, fino ad arrivare al prodotto industriale, quando sarà industriale avrà anche passato dei test di diverso tipo, ci sono tantissimi passaggi, il mio probabilmente Š il primo.

Com’è mediamente il tuo orario di lavoro?

Me la prendo abbastanza comoda perché non sono uno che vuole ammazzarsi di lavoro, però tante volte devo lavorare fino a tardi perché la consegna dello storyboard deve essere fatta con urgenza e quindi bisogna finirli con le tempistiche che hanno loro, quando faccio lo storyboard è il lavoro più faticoso. Invece per quanto riguarda lo studio delle sorprese è decisamente più tranquillo perché ho più tempo per concentrarmi, non hanno questi tempi così stretti.

Quanto sono ampie le variazioni dell’orario di lavoro?

In certi momenti devo lavorare anche fino a mezzanotte, sabato e domenica, questo succede molte volte perché il lavoro deve essere consegnato lunedì mattina, ecco, questi sono i tempi. Poi invece quando non ci sono queste urgenze, me la prendo più comoda, ecco, in quanto lo studio delle sorprese è un po’ diverso perché è proprio un tipo di lavoro che richiede comunque più tempo per pensare alla creatività di un oggetto e quindi i tempi sono decisamente più lunghi.

Tratti sempre con la stessa persona? In genere il tuo lavoro viene accettato?

Sì, tratto quasi sempre con la stessa persona. Tante volte mi dicono di rifarlo, ma non perché il mio disegno non è bello, può anche piacere moltissimo però non è adatto dal punto di vista del marketing, ci possono entrare di mezzo altri fattori, non saprei dire quali ma possono essere tanti. Il progetto dev’essere approvato da chi si occupa di marketing che mi dice: “Rivediamolo un attimo, correggiamolo.” Ci sono dei parametri che hanno loro chiaramente.

Cosa sai della realizzazione dei tuoi progetti, cioè della fase lavorativa successiva alla tua?



Lo storyboard viene sottoposto al capo-marketing e a qualche altro capo che non so chi sia, dopo di che decidono se fare o no questo spot, decidono quale regista chiamare. Dopo di che faranno il film, ma non rientra più nelle mie competenze per cui non conosco bene. Per le sorprese, il pupazzetto che io disegno viene modellato dal modellista che crea il prototipo che viene colorato e, una volta che hanno stabilito che il personaggio va bene, per la produzione industriale viene mandato a Hong Kong.

Quindi il tuo lavoro comincia e finisce con una discussione.

Nelle agenzie la prima discussione in genere ce l’ho con il copy che è quello che scrive il testo, a volte c’è anche l’art director che è quello che si occupa della parte grafica. Per gli storyboard della Ferrero discuto solo con il copy, la parte grafica la faccio io, faccio uno schizzo, lo discutiamo, visualizzo le inquadrature. Per le sorprese ci sono discussioni in continuazione, prima senza di me con quelli del marketing, poi con me, poi di nuovo con il marketing, c’è un tale andirivieni. A volte si fanno i test dei personaggi, magari si fa un primo test e va bene, si fa un secondo test e si accorgono che alcuni personaggi non funzionano, non piacciono, allora c’è la necessità di rifarli, di reinventarne altri, succede anche questo, è successo in questi giorni.

In questo momento non lavori per nessun altro cliente?

Attualmente non so se è un vantaggio o no, praticamente è l’unico cliente, nemmeno sto cercando un altro perché già mi assorbe tutto il tempo. Il poco tempo libero che ho lo dedico magari ai miei hobby.

Hai detto che è un lavoro continuativo. Significa che non ci sono tempi morti o periodi d’attesa, ad esempio tra un lavoro e l’altro?

Se ci sono è perché lo voglio io, sono io che mi prendo queste cose, magari un lavoro che posso fare in mezza giornata lo tiro avanti due giorni, e nel frattempo faccio altre cose. Magari c’è quel momento che devo lavorare di più perché mi accorgo di non aver fatturato abbastanza, allora mi dedico di più a finire un certo lavoro in fretta.

Non capita mai il contrario, cioè che hai bisogno di fatturare di più e il lavoro non c’è?

No, ma forse un problema c’è, ed è che alla Ferrero ultimamente mi fanno aspettare un po’ troppo per darmi gli ordini per fatturare. Io dopo che ho fatto il mio lavoro ad esempio faccio un consuntivo, non faccio mai il preventivo, gli spedisco il consuntivo e dopo di che aspetto che mi arrivi l’ordine per poter fatturare. In genere loro sono puntuali, da quando io faccio la fattura a quando ricevo i pagamenti passano 60 giorni. Però loro per dilungare i tempi di pagamento cosa fanno? Mi fanno aspettare gli ordini per fatturare, mi fanno aspettare due mesi per fatturare, cosicché due mesi più altri due mesi fanno 4 mesi da quando ho fatto il lavoro al ricevimento dei soldi. E questa è una tattica che utilizzano le grosse aziende ormai quasi tutte con i fornitori, per cui io ultimamente non sono molto contento di questo tipo di trattamento, perché loro comunque i tempi per i lavori me li impongono, i lavori nei loro tempi li vogliono. E allora ultimamente io ho pensato di aumentargli i prezzi, funziona perché tutto sommato io sono abbastanza richiesto come disegnatore, non hanno ancora protestato molto sull’aumento che gli fatto ultimamente, anche per pagare gli interessi che mi chiedono le banche per i fidi.

Che tu sappia, altri fanno il tuo stesso lavoro per la Ferrero, interni o esterni?

Ce ne sono altri certamente, interni non so, che fanno il mio lavoro da esterni penso ce ne siano almeno una decina.

Quanto guadagni?

Adesso non saprei dire, 100 milioni circa all’anno, chiaramente lordo.

Quando cercavi lavoro e quando hai cominciato a lavorare, avevi l’obiettivo del posto fisso?

Fisso nel senso di assunto e stipendiato? Sì, all’inizio quando pensavo che assunto e stipendiato fosso più sicuro. Poi ho visto che il mio genere di lavoro è così, quasi tutti i disegnatori sono autonomi, e comunque ormai è praticamente fisso nel senso di abbastanza continuativo, abbastanza sicuro, ed è quello che mi interessa. Caso mai ora vorrei fare altre cose, cose diverse, ma non trovo il tempo, mi sento chiuso, devo fare sempre le stesse cose.
 
Tua moglie lavora? Chi svolge il lavoro casalingo?

Mia moglie non lavora, i lavori in casa li fa mia moglie, ci dobbiamo dividere i compiti.

Hai parlato di hobby. Che interessi o attività hai fuori del lavoro?

Mi piace la fotografia, avendo famiglia non posso dedicarmi ad altre cose. Già così il tempo è talmente stretto, se riesco ogni tanto ad andare in giro a fare qualche foto posso già ritenermi soddisfatto.

Quali sono i tuoi progetti immediati, sia di lavoro che di vita?

Progetti di vita immediati in questo momento vorrei vedere la possibilità di acquistare un alloggio. Nutro sempre diciamo così l’idea di fare altre cose, finora non sono ancora riuscito a realizzare niente perché già mi assorbe già talmente tanto il mio lavoro, rimangono dei progetti più delle volte irrealizzati.